Oblivion

Oblivion Show a Bolzano

Un congegno ad orologeria talmente perfetto nei suoi ingranaggi scenici da restare estasiati. La prima reazione dopo aver assistito ad uno show così calibrato nel suo insieme, è quello di chiedersi quale strana alchimia posseggono questi cinque entusiasti e talentuosi Oblivion. Carisma scenico da vendere, anzi da far invidiare tutti coloro si credono all’altezza di poter affrontare senza indugio un musical, uno spettacolo leggero o più semplicemente uno show in cui canto, danza, recitazione, si fondono insieme per intrattenere il pubblico, senza mai farlo annoiare. In questo Oblivion Show non c’è mai una pausa, un calo della tensione, un vuoto in scena. Tutto è curato dal principio alla fine con estrema meticolosità seppur nella sua semplicità, senza sfarzo o dover ricorrere ad artifici e luccicanti scenografie. L’eleganza sta nel particolare, nel segno minimalista, dove al centro c’è sempre l’energia e l’entusiasmo dei bravissimi cinque, capaci di sfoderare con grinta e simpatia, doti circensi, mimiche, cabarettistiche, intonazioni canore, al contrario di quella moltitudine di pseudo-cantanti, dall’apparizione fugace in una comparsata televisiva e nulla più. Gli Oblivion optano per un genere di spettacolo sì leggero, ma allo stesso tempo ricco di annotazioni colte, capace di risvegliare sentimenti e ricordi sopiti. L’amore per il canto, quello del Quartetto Cetra in primis, a cui il gruppo dedica un omaggio affettuoso. Ciò che contraddistingue questa formazione, è la capacità di re-interpretare brani e canzoni celebri, patrimonio della cultura musicale, in chiave ironica e parodistica, dove il registro comico-surreale non scalfisce per nulla la fedeltà originale del testo e l’interpretazione dell’autore, a cui gli Oblivion non mancano mai di rispetto. Si avvicinano in punta di piedi, con la consapevolezza di chi riconosce il talento altrui, ma poi trasformano il repertorio in una funanbolica sequenza, trascinante ed esilarante. Si ride molto in questo show, ma non è una comicità dalla battuta facile e sguaiata, al contrario, gli autori (i testi son curati da Lorenzo Scuda e Davide Calabrese) ottimamente supportati dalla regia dinamica di Gioele Dix, hanno lavorato per esclusione, senza ridondanze. In pratica alleggeriscono e divertono con estrema semplicità. La vera comicità si basa sulla parola-effetto, sul binomio gesto-suono, e i risultati si vedono. La loro presenza scenica è data anche da un’insolita sinergia che gli accomuna: in fin dei conti gli anni trascorsi insieme a studiare e a provare hanno lasciato un segno. Ma c’è qualcosa di più. La coesione artistica tra Graziana Borciani, Davide Calabrese, Francesca Folloni, Lorenzo Scuda e Fabio Vagnarelli, si fonde con una sorta di legame interiore da far dire: “tutti per uno, uno per tutti”. Sia sulla scena che dietro le quinte. Il resto è un rincorrere di gag strepitose, dal collage in otto minuti di tutte le tragedie finite nel sangue di Shakespeare, tra il macabro e l’horror da televisione dove è lecito citare Porta a Porta stile trash, a divertenti parodie, prime tra le altre la miscellanea di canzoni a 33 e 45 giri, continuamente interrotte, dove la parola e le note si mescolano in una fusione di suoni travolgente. C’è il revival di “Un palco della Scala” di Kramer, Garinei e Giovannini, o “Un bacio a mezzanotte”, l’indimenticabile “Nella vecchia fattoria”, con fughe in avanti dove compare Mina, Battisti, i mix assurdi tra Ramazzotti e l’intonazione canora in sardo. Accostamenti tra il sacro e il profano. Canti gregoriani e rap si uniscono e infervorano il pubblico. La storia della musica e del canto riassunta in poco meno di un’ora e mezzo. Non si vorrebbe più tornare a casa. Gli Oblivion ti restano dentro con la sensazione di esserti riconciliato con il piacere di divertirti intelligentemente e con garbo.

Roberto Rinaldi (Teatro.org)

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