Oblivion

Gli Oblivion smontano e rimontano i classici

Accostamenti impensabili (Vasco e Mozart), Dante letto dal cane Rex, miti dissacrati: «Sussidiario» è un fiume di testi, brani e parodie

[Verona] La serietà è bandita, non se ne sente il bisogno e non ce ne sarebbe nemmeno lo spazio nei stordenti colori di Oblivion 2.0: il Sussidiario al Nuovo per Divertiamoci a Teatro. Le basi dello stravolgimento comico sono già nel prologo. Un paio di parodie da promo filmico de L’Infinito leopardiano e della pascoliana Cavallina storna preparano il terreno allo show dello strampalato gruppo: Graziana Borciani, Davice Calabrese, Francesca Folloni, Lorenzo Scuda e Fabio Vagnarelli. Per gli insegnanti in platea lo spettacolo degli Oblivion potrebbe essere uno spunto sarcastico per render interessante la rigorosa lezione ex cathedra. Per tutti il Sussidiario è un campionario melting di mescolamenti, ibridazioni contaminazioni che si fondono talmente le une nelle altre da perder senso e matrice. Dalle interrogazioni tecno al solfeggio in stile Quartetto Cetra, non c’è soluzione di continuità ma solo un gran «pastiche» di generi.

Tutti insieme appassionatamente, 2001 Odissea nello spazio: le citazioni s’accatastano e s’accavallano. Non ha senso inseguirle e riconoscerne la fonte. Gli Oblivion usano tutti i modi della citazione: dalla parodia al calco diretto. La storia di Pinocchio passa così da Zucchero, alle canzoni anni ’30, da Mina a Battisti. Del classico rimane un involucro vuoto, da riempire con un frullato di testi. Se questi sono gli esiti del postmoderno, dell’estetica del frammento, ben vengano le schegge impazzite di questi folli che a palco vuoto riescono a dissacrare l’immaginario collettivo: dai boy scout a Benigni, da Gassman al Papa, dai fanti ai santi, maciullando le colonne sonore di un’epoca.

La sapienza registica di Giole Dix evita che gli sketch cadano nella formula prevedibile da cabaret. Fonda lo show su una straordinaria cultura musicale e una impeccabile eleganza di gesti e perfezione vocale. Evitando per fortuna l’effetto demenziale. Ogni numero dura poco più di cinque minuti, ha la forza del rovesciamento delle aspettative. Così in pochi minuti gli Oblivion liquidano Dante prima letto dal cane Rex e poi tritato in colonne musicali note. Il classico è sminuzzato e ridotto a kitsch, feticcio di se stesso. Il pubblico ride a scena aperta e applaude divertito perché anche se alcune operazioni non son nuove (il mimo sulle canzoni ad esempio), l’energia corrosiva del gruppo sparge sale dietro di sé. Sul tema dei fiori, ad esempio, s’innescano una catena di assonanze che a domino rovesciano decine di testi su cui son cresciute generazioni di giovani, da Bocca di rosa a Margherita. Smontaggio e rimontaggio. I format (quelli televisivi e radiofonici) saltano, diventano parodie di se stessi, i repertori dei cantautori diventano sussidiari per accostamenti assurdi (Bach e Lady Gaga, Vasco e Mozart).

Infranti i confini, rotti gli argini dei generi (dal rap al burlesque), la contaminazione trascina nel nulla i generi arrivando con ferocia fino alle radici della parola stereotipata e della sua presunta capacità di comunicare.

 

Simone Azzoni (L’Arena)

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